Archivio per dicembre, 2010

SIAMO VIVI PER SEMPRE

Posted in Senza Categoria on 16 dicembre, 2010 by ultrascremona1999

BUONE FESTE E STATE ALL’ERTA


FANZINE LA LIBERTA’ NON HA PREZZO

IN NOME DEL POPOLO DI GABRIELE

Posted in Senza Categoria on 3 dicembre, 2010 by ultrascremona1999

“…in nome del Popolo di Gabriele!”

“In nome del Popolo italiano…” E’ iniziata così la lettura della sentenza presso la Corte d’Assise d’Appello di Firenze. Condanna per omicidio volontario con dolo eventuale per Luigi Spaccarotella, 9 anni e 4 mesi di reclusione, sciorinati su codici e articoli di legge scanditi uno dopo l’altro. In realtà il giudice avrebbe potuto aprire dicendo “… in nome del Popolo di Gabriele”. Già, perché in quel tribunale ha vinto anche la gente, ha vinto il Popolo di Gabriele. Il trionfo della verità sulla menzogna ha riaffermato il principio imprescindibile che la legge è uguale per tutti. Per 3 anni, senza soluzione di continuità, è stato l’unico obiettivo di quanti chiedevano GIUSTIZIA PER GABRIELE SANDRI. Non si trattava di perorare la causa di un anno in più o in meno e nemmeno di rallegrarsi (o dispiacersi) dei 9 anni e 4 mesi al posto dei 14 anni richiesti dalla Procura Generale. No, alla magistratura si chiedeva soltanto di ristabilire la corretta ricostruzione dei fatti, di esprimersi liberamente su un assassinio folle senza lasciare coni d’ombra, alibi o ambiguità d’interpretazione.

E alla fine ha vinto il Popolo di Gabriele, migliaia di ragazzi che negli stadi di calcio, in curva o in tribuna, per 3 anni hanno scandito a squarciagola lo slogan GIUSTIZIA PER GABRIELE.

Ha vinto il Popolo di Gabriele, quella massa critica di migliaia di cittadini che, con Giorgio e Cristiano, mi hanno ospitato in tantissime città e paesini d’Italia in un tour itinerante condotto dal basso, per la diffusione dei miei libri 11 NOVEMBRE 2007 e CUORI TIFOSI, testi scomodi perché maledettamente veri, sinceri e senza peli sulla lingua.

Ha vinto il Popolo di Gabriele, tutte quelle persone che in una notte d’estate del 2009 si riunirono in Piazza di Ponte Milvio e pochi giorni fa hanno replicato alla Bocca della Verità, sempre con fiaccole, torce e candele in mano, per chiedere silenziosamente VERITA’ E GIUSTIZIA PER GABRIELE SANDRI.

Ha vinto il Popolo di Gabriele, quei 25.000 sottoscrittori della petizione popolare UNA FIRMA PER GABRIELE promossa dal COMITATO MAI Più 11 NOVEMBRE che, quando le istituzioni rilasceranno l’autorizzazione necessaria, si ritroveranno idealmente uniti nella stazione di Badia Al Pino Est per scoprire una targa che rappresenta molto di più di una semplice stele, un monumento IN RICORDO DI GABRIELE SANDRI, CITTADINO ITALIANO.

Ha vinto il Popolo di Gabriele, anche oltre frontiera, gente d’Europa come i ragazzi di Monaco di Baviera di ritorno dalla trasferta in Champions League a Roma, protagonisti di una commuovente cerimonia officiata sul luogo del delitto per non dimenticare.

Ha trionfato la giustizia italiana ma ha perso (ancora una volta!) la pietas umana di Luigi Spaccarotella, perché se è vero che purtroppo mamma Daniela e papà Giorgio non riavranno mai più loro figlio, è altrettanto vero che l’omicida anche in quest’occasione non è riuscito a trovare coraggio e parole per assumersi pubblicamente colpe e responsabilità.

Ma nel tribunale di Firenze, per l’ennesima volta, ha trionfato invece la dignità e la signorilità della famiglia Sandri. Giorgio, Daniela e Cristiano, volti sofferenti e scavati di persone vere che rimarranno scolpite nella storia nobile del nostro passato prossimo. Sempre composti, sempre misurati, mai con una parola fuori luogo, mai sopra le righe, in ogni momento rispettosi di istituzioni e buone maniere, nonostante tutto.

L’11 Novembre 2007 è stata strappata una giovane vita umana. Ma il 1 Dicembre 2010 quella stessa vita è riuscita a produrre una luce accecante, guida naturale per un’intera generazione di ragazzi che, tra le incognite quotidiane, può comunque cominciare a guardare al futuro con una piccola certezza in più: in Italia la giustizia è amministrata e condotta in nome e per conto del popolo italiano. Donne e uomini coraggiosi, il Popolo di Gabriele.

Abbattuto anche l’ultimo muro di gomma, da oggi Gabriele Sandri può finalmente riposare in pace.

Maurizio Martucci

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A nome della mia famiglia, ringrazio di cuore tutto il Popolo di Gabriele. In particolare ringrazio tutte quelle migliaia di ragazzi di curva, gli ultras del calcio, che in ogni stadio d’Italia e d’Europa hanno condotto insieme a noi questa difficilissima battaglia di verità e giustizia. Alla fine ha prevalso il bene: adesso mio figlio ha avuto giustizia. Giustizia giusta. Grazie di cuore a tutti quei tifosi che, con maturità e alto senso civico, hanno accantonato campanilismo, inimicizie e rivalità di bandiera per unirsi in modo compatto e civile nel nome di Gabriele.
Dovunque voi siate, vi abbraccio forte uno ad uno.
Vi voglio bene!

Giorgio Sandri

Siamo felici della sentenza, siamo sempre più certi che LUIGI SPACCAROTELLA SIA UN ESSERE SPREGEVOLE, E LE SUE DICHIARAZIONI DEL DOPO SENTENZA…adesso i morti diventano SANTI, non lasciano nessun dubbio, anche se riepetiamo di dubbi non ne abbiamo mai avuti, del resto uno che prende la mira, spara, uccide e poi per anni si nasconde è un VIGLIACCO INFAME.
Un abbraccio vero e sentito alla famiglia di GABRIELE, nella speranza che adesso si possa mettere finalmente quella targa in quell’autogrill, senza dimenticare quei ragazzi ROMANI condannati a 12 anni per essere scesi in strada la sera dell’omicidio… nel nostro piccolo come gruppo siamo loro vicini e speriamo ci siano anche per LORO novità per le quali festeggiare e alzare una pinta di birra…

NON FERMERETE IL VENTO GIUSTIZIA SIA FATTA…MAI PIU 11.11.2007…MAI PIU.

ULTRAS CREMONA 1999….JULIEN E GABRIELE

ADDIO A ROBERTO STRACCA

Posted in Senza Categoria on 1 dicembre, 2010 by ultrascremona1999

Pubblichiamo l’ultimo articolo che Roberto Stracca, UN GIORNALISTA VERO scomparso, stava ancora sistemando. È il suo addio allo stadio:

«Hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato pace». Il vecchio ultras scuote la testa. Ne ha passate tante, ne ha viste troppe. Ha osservato la sua curva mutare volto, anticipare, spesso in negativo, i cambiamenti della società. Ha preso atto che la delinquenza entrava liberamente nel suo mondo e si accaparrava il business del merchandising mentre i suoi amici venivano diffidati per aver urlato «mercenario» a un giocatore svogliato. Ha conosciuto ragazzini raggirati e spinti a far propaganda politica dagli stessi che poi, indossato il doppiopetto ministeriale, al tg chiedevano leggi speciali contro di loro. Ha captato che la tensione stava salendo strategicamente e visto una generazione-cerniera di leader riconosciuti rasa al suolo per lasciare il territorio a «cani sciolti» senza regole. Eppure la curva aveva continuato a vivere, gli ultras a essere una realtà attiva in Italia.

Ora, però, sente sulla pelle che si è a un punto di non ritorno. Che nulla sarà come prima. Nessuna bomba intelligente: per combattere la metastasi hanno deciso di spazzare via anche la parte sana. E così una storia con tante macchie (ma anche cose belle che un giorno dovranno essere raccontate) è, forse, vicina al capolinea. Perché il problema non è solo la contestatissima «tessera del tifoso» ma la volontà di omologare, di normalizzare, di rendere meno libera l’ultima forza antagonista della società italiana. Ha ragione lo scrittore Enrico Brizzi (in Jack Frusciante è uscito dal gruppo): «Gli ultras hanno rappresentato l’unica realtà aggregativa che è sopravvissuta negli ultimi 40 anni in Italia». Il partito è morto, l’oratorio non è che stia così bene, il movimento studentesco è ormai poco più di una barzelletta. L’antagonismo in Italia, anche per la necessità di pacificare le piazze dopo i sanguinosi anni Settanta, ha finito per confinarsi (o essere confinato) nelle curve degli stadi che per lungo tempo sono state vere e proprie zone franche, off limits alle forze dell’ordine, extraterritoriali. Per diventare oggi, in un contrappasso dantesco, un laboratorio di legislazione speciale.

Sia chiaro: la curva non è un mondo perfetto. Tutt’altro. Fate l’elenco di tutti i mali contemporanei e ce li troverete. A cominciare, purtroppo, dalla droga. Dalle canne fricchettone degli anni Settanta alle pasticche sintetiche degli ultimi tempi: sono tutte passate dalla curva. Centro di affari diventato troppo grande perché la malavita ne potesse rimanere fuori. Ma, nonostante tutto, per migliaia e migliaia di ragazzi da Nord a Sud, l’iniziazione al mondo, la palestra di vita, l’apprendimento delle norme non scritte del mondo è stato su un muretto o su una balconata. Tra un fumogeno e un coro politicamente scorretto. Mandata in pensione la naja obbligatoria, adolescenti o post adolescenti hanno imparato la gerarchia e il rispetto dei più «vecchi» prendendo l’acqua su una gradinata o soffrendo fame e sete su un treno topaia.

I soloni del calcio entertainment non si vogliono rendere conto che se gli stadi italiani non sono ancora più vuoti e deprimenti di come già appaiono non è per le loro cavolate d’iniziative promozionali. Tanti ragazzi e ragazze continuano ad andare in curva, dove la partita s’intravede più che vedersi, proprio grazie (e solo grazie) agli ultras, per voler stare insieme, per non rassegnarsi a vivere di solo Facebook, per un ideale distorto ma un ideale, per fedeltà alla tribù parafrasando il titolo del romanzo di John King.

Cosa spinge un tifoso del Torino ad andare a vedere una squadra che colleziona figure penose da anni e schiera carneadi che rispondono al nome di Di Cesare e Iunco che magari a gennaio andranno via? L’orgoglio di far parte della Maratona, una delle curve che hanno fatto la storia del tifo italiano. Di sentirsi parte di un qualcosa di più grande e di provare a fermare il tempo, di tornare per 90’ a quando lo stadio era il rito collettivo della domenica. O, analogamente, che cosa porta, quando le tv satellitari offrono i dribbling di Messi o le finezze di Robben comodamente lì sul piccolo schermo, un tifoso della Ternana o del Verona a farsi ore e ore di viaggio per una partita di Prima divisione e per dei giocatori che a fine partita neppure li saluteranno? L’appartenenza al proprio gruppo. Non è che bisogna esserne felici, di ciò, ma prenderne atto sì: l’ultras ha saputo continuare ad aggregare in una società liquida e sempre più disgregata.

Nonostante una pubblicistica che non li aiuta, nonostante siano stati dipinti come la feccia della società e nei talk show televisivi si trovino attenuanti non generiche anche ai serial killer ma non per chi, sbagliando, ha dato un pugno in uno stadio, c’è chi continua a essere ultras, a scegliere di essere ultras, a vantarsi di essere ultras. E non sono pochi. Stadio Italia. I conflitti del calcio moderno (curato da Silvano Cacciari e Lorenzo Giudici, edito da La Casa Usher), ottimo libro in materia, ha spiegato perfettamente come la società contemporanea ha necessità del conflitto e di un nemico. E di come questo, a un certo punto in Italia, sia stato individuato nell’ultras.

E gli ultras italiani hanno avuto una colpa primaria: quella di essere usciti, metaforicamente, dallo stadio. Fin quando si sono picchiati per un rigore non dato o per uno striscione rubato, non è mai fregato niente a nessuno. Ma quando hanno cominciato a elaborare un loro pensiero, una mentalità (che non è di destra né di sinistra, anche se simbolicamente e retoricamente ha forti richiami con l’estrema destra), allora sì che hanno cominciato a dare fastidio. Quando hanno fatto gli striscioni per chiedere case per i non salariati, difendere gli operai messi in cassa integrazione, esaltare i pompieri che salvavano le vite dopo un terremoto, urlato contro la speculazione di chi vuole costruire gli stadi e chiesto giustizia per i bambini vittime di crimini efferati, hanno spaventato. Avevano i numeri (da far invidia a tanti leader politici, generali senza truppe), consenso (persone, non solo giovanissimi, disposti a seguirli) e ribalta (il sempre maggior numero di telecamere dentro gli stadi).

E hanno firmato la loro condanna. Perché in una società omologata e assopita chi non pensa che la vita sia partecipare a un reality spaventa. Ecco, allora, la voglia se non di eliminare l’ultras, di assimilarlo. Una battaglia vinta perché dall’altra parte non c’è un movimento coeso. «I colori ci dividono, la mentalità ci unisce», ripetono gli ultras sui forum. Ma le divisioni, le rivalità, gli antagonismi non sopiti fra le curve (e all’interno delle stesse curve) li hanno resi più facilmente vulnerabili. E i loro autogol rischiano di sentenziarne la sconfitta. Come le molotov contro il ministro Maroni che hanno finito per colpire chi appoggiava pacificamente la contestazione alla tessera del tifoso per motivi ideologici.

C’è, infatti, chi dice che lo stadio non sia che una prova. Che dopo i tornelli ai cancelli degli impianti sono arrivati quelli voluti nella pubblica amministrazione ideati dal ministro Brunetta. E che la «tessera dello studente» non sia altro che la tappa successiva della «tessera del tifoso». Certo è che gli stadi cambieranno: si avvicineranno a un circo o un cinema, dove si vede uno spettacolo e non ci si affeziona a luoghi e cose. Sicuramente a molti piacerà. A chi ha vissuto, amato, palpitato, sbagliato sugli spalti, no. «Se avessi 15 anni oggi – confessa il vecchio ultras – non so se entrerei e vivrei una curva come l’ho vissuta io». Ed è l’unica volta che guardando la sua carta d’identità non si arrabbia e si sente fortunato.

ciao ROBERTO…CI MANCHERAI…